Non-ti-scordar-di-me\Myosotis arvensis


Nella Germania medievale, un cavaliere e la sua dama stavano passeggiando lungo la riva di un fiume. Il cavaliere si chinò per raccogliere un mazzetto di fiori da offrire alla sua bella, ma, vinto dal peso dell'armatura, cadde nel fiume. Mentre era in procinto di annegare, gettò i fiori alla sua amata, gridando "Vergisz mein nicht!" ("Non ti scordar di me!")

Da quel leggendario episodio, Myosotis arvensis divenne noto in Germania come "Non-ti-scordar-di-me" e associato all'idea di amore vero. La stessa leggenda passò anche in Francia e poi in Italia.

Nel 1802 Samuel Taylor Coleridge scrisse una poesia basata su quel tragico episodio. Chiamò la poesia "The Keepsake" ("Il ricordo") e così disse di questo fiore: "Quell'azzurro fiorellino dall'occhio luminoso lungo il ruscello/gemma gentile della speranza/dolce non-ti-scordar-di-me"



Genziana

è un peccato che un fiore selvatico così bello sia così raro in Italia. Lo si trova talora nelle praterie umide e ai margini degli acquitrini delle Alpi e dell'Appennino settentrionale e centrale. Mai comune, in tempi recenti lo è sempre meno. Questo declino è dovuto allo sfruttamento intensivo della montagna.

L'erborista del XVI secolo John Gerard ne consigliava la coltivazione per la bellezza dei fiori. Sosteneva anche che le sue radici fossero utili contro le malattie pestifere o per curare i morsi degli insetti. Più recentemente la radice è stata usata per fare tonici amari. 

Esistono diverse genziane: Gentiana Pneumonanthe (minacciata di estinzione), Gentiana Cruciata, Gentianella Campestris, Gentianella Amarella, Gentiana Kochiana, Gentiana Nivalis.

Il nome "Gentiana", secondo Plinio il Vecchio, è derivato da Gentius, re degli antichi Illiri che ne avrebbe scoperto le proprietà medicamentose. 











Matricale

Tanacetum Parthenium (Matricale): si tratta di una pianta originaria delle regioni mediterranee orientali, dalla quale si è diffusa in tutta Italia e nel resto d'Europa, disseminandosi spontaneamente da antiche coltivazioni nei giardini e negli orti. La coltivazione a scopo medicinale è stata motivo della sua grande diffusione. 

Nel passato la Matricale era ritenuta efficace per combattere le febbri, il mal di testa, e infermità femminili connesse al parto.

Il nome della specie, Parthenium deriva dal greco "Parthenos", fanciulla, e indica l'uso che si faceva della pianta nella cura dei disturbi femminili. Taluni però sostengono che il nome è un riferimento al colore verginale dei fiori (sono piccole margheritine). Oggi questa pianta viene considerata un'erba da combattere. è comune sui muri, dove si diffonde rapidamente.



Le Dee del Grano e del Riso

Stralci tratti da Mircea Eliade "Trattato di Storia delle Religioni"

I Peruviani credono che le piante utili siano animate da una forza divina, che assicura la loro crescita e fertilità; l'effigie della ‘Madre del Granturco’ ("zara-mama"), per esempio, è fatta di fusti di granturco in forma di donna, e gli indigeni credono che ‘in quanto madre, ha il potere di produrre molto granturco’. Questa effigie è conservata fino al raccolto successivo, ma verso la metà dell'anno gli ‘stregoni’ le domandano se ha la forza di durare, e se la "zara-mama" risponde che si sente debole, la bruciano e ne fanno un'altra perché la sementa del granturco non perisca.

Gli Indonesiani conoscono uno ‘spirito del riso’, potenza che fa crescere e fruttificare il riso; per questo trattano il fiore del riso come una donna gravida, prendendo molte precauzioni per captare lo ‘spirito’, chiuderlo in un canestro e conservarlo con cura nel granaio del riso. Se le piante appassiscono, i Karen della Birmania credono che l'anima ("Kelahz") del riso si è staccata da loro, e se non si riesce a riportarvela, il raccolto è perduto. Per questo si rivolgono certe formule all'‘anima’, alla forza che sembra non più attiva nella pianta: ‘Oh vieni, "Kelah" del riso, vieni! Vieni nel campo, vieni nel riso. Con semi dei due sessi, vieni! Vieni dal fiume Kho, vieni dal fiume Kaw, dal luogo dove si incontrano, vieni! Vieni dall'Occidente, vieni dall'Oriente. Dal gozzo dell'uccello, dalle mascelle della scimmia, dalla gola dell'elefante. Vieni dalla sorgente dei fiumi e dal loro estuario. Vieni dal paese dello Shan e del Birmano. Dai regni remoti, da tutti i granai, oh vieni. O Kelah del riso, vieni nel riso’. I Minangkabauer di Sumatra credono che il riso sia protetto da uno spirito femminile, Saning Sari, che si chiama anche "indoea padi" (letteralmente ‘Madre del riso’). Certi cespi di riso, coltivati con cura speciale e trapiantati in mezzo al campo, rappresentano questa "indoea padi", e la sua forza esemplare si esercita in modo coattivo e benefico sull'intero raccolto. Una ‘Madre del Riso’ ("ineno pae") è nota anche ai Tomori delle Celebes. Nella penisola malese, Skeat ha assistito alle cerimonie per la ‘Madre del Riso bambino’, dalle quali risulta che durante tre giorni la moglie dell'agricoltore è assimilata a una puerpera, appena l'‘anima del riso bambino’ è stata portata in casa. Nelle isole di Giava, Bali e Sombok si celebrano gli sponsali e le nozze di due pugni di riso, scelto fra le piante maturate prima dell'inizio del raccolto. La coppia di sposi è portata a casa e collocata nel granaio, ‘perché il riso possa moltiplicarsi’. In questi ultimi esempi si tratta di mescolanza di due rappresentazioni: la forza che moltiplica le piante e la magìa fecondatrice del matrimonio.

Si direbbe che questa personificazione della ‘forza’ attiva nella vegetazione si attui completamente quando i mietitori fanno, con le ultime spighe, un'effigie somigliante il più possibile a una figura umana, per solito una donna, oppure ornano di paglia una persona vera, dandole il nome dell'essere mitico che deve rappresentare; questa persona rappresenta sempre una certa parte cerimoniale. Così, in Danimarca, l'effigie chiamata ‘il Vecchio’ ("gammelmanden") è ornata di fiori e portata a casa con molti riguardi. Ma, secondo altre informazioni, si dava forma umana all'ultimo covone, raffigurandovi testa, braccia e gambe, e si gettava nel campo non ancora mietuto del vicino. Presso i Tedeschi, ‘la Vecchia’ o ‘il Vecchio’ erano gettati nel campo del vicino, o portati a casa e conservati fino al raccolto successivo. Però il mietitore che falciava l'ultimo covone, o l'estraneo che per caso passava lungo il campo, o il contadino stesso, erano identificati con quest'essere mitico. In Svezia, per esempio, la ragazza che falciava le ultime spighe doveva attaccarsele al collo, portarle a casa, e nella festa per la fine della mietitura doveva ballare con quest'effigie. 

In Danimarca la falciatrice balla con il fantoccio formato dalle ultime spighe e piange, considerandosi ‘vedova’, poiché è sposata a un essere mitico destinato alla morte. In Scozia, l'ultimo pugno di grano è chiamato la ‘Vecchia’ ("Cailleach") (*), e ciascuno cerca di evitare che spetti a lui falciarlo, per paura della carestia, perché si crede che gli toccherebbe di dar da mangiare a una vecchia immaginaria fino al raccolto successivo.  I Norvegesi credono che "skurekail" (‘il mietitore’) vive tutto l'anno sui campi, non veduto, e mangia il grano del contadino. Viene catturato nell'ultimo covone, col quale si fa un fantoccio antropomorfo chiamato "skurekail"  I Bulgari chiamano l'ultimo covone ‘Regina del Grano’; lo vestono con una camicia da donna, lo portano in giro per il villaggio, poi lo gettano a fiume per assicurare la pioggia, in vista del successivo raccolto; oppure lo bruciano e ne spargono poi le ceneri sui campi per accrescerne la fertilità.

(*) Nota di Lunaria: in realtà il simbolismo di Cailleach, Dea irlandese\scozzese è molto più complesso: Cailleach è la Crone, la Vecchia, Dea Strega. è conosciuta anche come Beira, la Regina dell'Inverno: avrebbe creato montagne e colline camminando e facendo cadere rocce dal suo grembiule. Ha sempre con sé un grosso martello. Le Cailleachan sono le Streghe delle Tempeste.

In certe regioni della Germania, l'estraneo è legato dai mietitori e deve pagare una multa per ricuperare la libertà. Il gioco è accompagnato da canzoni, che parlano chiaro; in Pomerania, per esempio, il capo dei mietitori dice:

‘Gli uomini sono pronti, le falci sono curve, il grano è grande e piccolo. Si tratta di falciare quel signore!’

E nel distretto di Stettino:

‘Colpiremo il visitatore, con le nostre spade nude, con cui tosiamo campi e prati.’ 

La stessa usanza vige contro l'estraneo che si avvicina all'aia della battitura: viene catturato, legato e minacciato. E' probabile che queste siano reminiscenze di un complesso drammatico rituale implicante un vero sacrificio umano. Non bisogna supporre, in base a queste reminiscenze, che tutte le società agricole, ove ancor oggi si lega e si minaccia di morte l'estraneo còlto nel campo mietuto, abbiano praticato sacrifici umani in occasione del raccolto. E' probabile che tutte queste cerimonie agricole si siano diffuse, partendo da qualche centro (Egitto, Siria, Mesopotamia), in buona parte del mondo, e che molti popoli abbiano assimilato soltanto frammenti della scena originale. Già nell'antichità classica il ‘sacrificio umano’ in occasione della mietitura era soltanto vago ricordo di tempi antichi, superati da un pezzo. Così una leggenda greca ricorda Lityerses, un bastardo del re frigio Mida, noto per il suo favoloso appetito e per la passione con cui godeva di mietere il suo grano. Ogni estraneo che passava accanto al suo campo era convitato da Lityerses e poi condotto al campo e costretto a mietere in gara con lui. Se rimaneva sconfitto, Lityerses lo legava in un covone, gli troncava la testa col falcetto e gettava il cadavere nel campo, finché Eracle sfidò Lityerses, lo vinse, gli tagliò la testa col falcetto e gettò il corpo nel fiume Meandro; questo lascia capire che Lityerses faceva lo stesso con le sue vittime. E' probabile che molti secoli prima i Frigi avessero realmente compiuto sacrifici umani al raccolto; secondo certi indizi, questo sacrificio era egualmente frequente in altre regioni dell'Oriente mediterraneo.

Nota di Lunaria:  Per quanto riguarda i sacrifici umani al "campo di grano" la vicenda horror più famosa è quella narrata nella saga horror di "Grano Rosso Sangue" (tratto da un racconto di Stephen King) e "La Festa del Raccolto" di Thomas Tryon



Erba Circe ed Erba Viperina

Nel secolo XVI, il botanico fiammingo Mathias de Lobel tentò di identificare una pianta magica che il medico greco antico Dioscoride aveva dedicato alla mitica maga Circe. La identificò in questa specie che chiamò Circaea Lutetiana, dato che Lutetia era il nome romano della città di Parigi, dove de Lobel e altri botanici lavoravano. Questa specie appartiene alla famiglia delle Onagracee, i cui rappresentanti più noti sono gli epilobi.

C. Lutetiana differisce dalle altre specie della famiglia delle Onagracee per il fatto che il frutto non è disperso dal vento. I piccoli uncini si attaccano al pelo di un animale o al piumaggio di un uccello e il frutto viene portato a distanze considerevoli. Il comportamento dei frutti è il carattere che giustifica il ricordo della potente maga Circe, figlia di Apollo. Come Circe si impadroniva dei viandanti con i suoi incantesimi, così con le loro setole uncinate i frutti di questa pianta si attaccano ai passanti. I pallidi fiori, che vengono impollinati da piccole mosche, si stagliano contro l'ombra in cui la pianta solitamente cresce.  

Nota di Lunaria: su Circe sarebbe lungo il discorso di analisi. Suggerisco di leggersi l'ottimo studio "Sogno, Incantesimi e Realtà", (http://lnx.aigaweb.it/wp-content/uploads/2012/05/Circe-per-AIGA.pdf) che mostra come Circe potrebbe addirittura essere stata ricalcata su un'antica Dea degli animali e delle selve.



Echium Vulgare è conosciuta col nome popolare di Erba Viperina, probabilmente perché un tempo era usata per curare i morsi di vipera. E in effetti Dioscoride la menziona come rimedio, sia preventivo che curativo. L'erborista inglese del XVII secolo William Coles riteneva che il fusto di E.Vulgare fosse "macchiato con la pelle di un serpente" e ciò secondo la "dottrina dei segni" era prova del suo valore antitossico. Il nome Echium deriva dal greco ékis, vipera, ed è chiaramente riferito a tutte queste antiche credenze. Si pensava che un infuso di semi scacciasse la malinconia e promuovesse il flusso latteo delle madri.


Carlina vulgaris

è curiosa la leggenda che circola su questa pianta: nel secolo VIII, l'esercito di Carlo Magno venne colpito dalla peste e Carlo pregò Dio perché lo aiutasse. Gli apparve un angelo con arco e frecce, il quale disse all'imperatore di scoccarne una: la pianta su cui la freccia fosse andata a conficcarsi avrebbe curato la malattia. La freccia andò a posarsi proprio su questa pianta!

La Carlina ha proprietà simili a quella della canfora e venne impiegata come antisettico mentre gli antichi Sassoni la usavano come talismano contro il malocchio. I capolini (che contengono i semini) si aprono quando l'aria è asciutta e si chiudono se c'è umidità e in certe zone di campagna li si usava come barometro.

Ha le foglie spinose. Per curiosità: Carlina vulgaris appartiene alla famiglia delle Composite, esattamente come il cardo, altra pianta spinosa e amatissima dagli Scozzesi. (https://erbemagiche.blogspot.com/2020/12/cardo-di-scoziaonopordon-acanthium.html)







Il Mirto

Info tratte da



 MIRTO (Myrtus communis)

Al novero delle piante classiche appartiene anche il "Mirto divino" che tanta parte ha avuto nella storia e nelle leggende di tutti i popoli mediterranei. Fu pianta sacra per i Persiani che col suo legno alimentavano i fuochi sacrificali, simbolo di pace per gli ebrei che ne intrecciavano corone funerarie, emblema di bellezza e verginità, di amore e di felicità pagana nella mitologia greco-romana dai cui riti traggono origine usanze e costumi popolari.

Non mancano nella letteratura classica spunti descrittivi dell'ambiente mediterraneo che gli è proprio: Virgilio in espressiva sintesi descrive i litorali allietati dai Mirti: "Litora myrteti laetissima", e Goethe tratteggia con somma efficacia la macchia mediterranea a Mirti e Allori caratterizzata da tenue brezza marina sotto l'azzurro cielo del Sud: "Ein sanfter Wind vom blauem Himmel weht, Die Myrte still und hoch der Lorbeer steht"

Il mirto rappresenta l'amore sensuale, la felicità coniugale, la longevità, l'armonia. L'arbusto sempreverde che arricchisce la flora della macchia mediterranea, è spesso collegato ai rituali che riguardano il matrimonio e la nascita dei bambini. 

è il simbolo delle Dee dell'amore, specialmente della greca Afrodite. Quando la Dea nacque dalle onde marine, le Ore le offrirono una ghirlanda di mirto e, per la sua vittoria contro Giunone e Minerva fu coronata di rami di mirto dagli Amori.  (per vedere le altre piante dedicate a Venere: https://erbemagiche.blogspot.com/2020/10/le-erbe-di-venere.html)

L'arbusto è venerato presso la setta Mandacan come simbolo della vita; era inoltre l'emblema cinese del successo. Plutarco racconta come durante i simposi i convitati cantavano, passandosi fra di loro un ramo di mirto, come simbolo di allegria.

Infine, il mirto simboleggia l'accademia e l'onore.  Si usava per commemorare il sacrificio vittorioso e per celebrare il trionfo delle legioni romane.  Tanta fama appare giustificata dalla non comune bellezza di questo arbusto sempreverde, alto 1-3 metri, che profuma l'aria con il suo delicato aroma.

Le foglie, lucide e glabre, opposte o più raramente ternate, di forma ovale o allungata, sono di colore verde brillante e ghiandolose; molto odorosi i fiori, solitari e ascellari, portati da lunghi peduncoli, misuranti 12-20 mm in diametro, a 5 sepali liberi e 5 petali bianco lattei che proteggono i numerosi stami; la fioritura è estiva, da giugno ad agosto.

Una nota brillante è data ancora dalla copia dei frutti, che sono bacche coronate dal calice persistente, le quali fanno notevole spicco in autunno tra il verde del fogliame per il loro brillante colore nero-ceruleo a vivaci riflessi metallici: gli uccelli ne sono assai ghiotti e per il loro sapore aromatico un po' resinoso si usano per aromatizzare l'acquavite.

Il mirto, malgrado l'apparenza delle sue foglie tenere ma ugualmente resistenti all'alidore per la concentrazione dei succhi cellulari, è una sclerofilla mediterranea che vive nelle associazioni di macchia in consorzio con altri elementi caratteristici quali Lentisco, Carrubo, Cisti, Alloro, Timo, Corbezzolo e Leccio; quando si allontana dai litorali si accompagna spesso alla vegetazione alveale o di riva, per esempio con l'Oleandro (https://erbemagiche.blogspot.com/2020/07/oleandronerium-oleander.html) e l'Agnocasto (https://erbemagiche.blogspot.com/2020/07/agnocastovitex-agnus-castus.html) nelle fiumare. Tutte le parti della pianta, in particolare le foglie, possono essere distillate per ricavarne l'olio essenziale (acqua di mirto) usato in profumeria, ad azione medicinale, balsamica e astringente. Il suo areale comprende quasi tutto il bacino mediterraneo, sia lungo i litorali europei, sia lungo quelli africani (Africa minore e Cirenaica) e si estende a occidente sino a Madera e a oriente dell'Asia minore per la Mesopotamia e la Persia sino all'Afghanistan.

Nell'antica Grecia i nomi di molte eroine leggendarie avevano la stessa radice del mirto: Myrtò, Myrìne, Myrsìne. (Nota di Lunaria: anche la protagonista del romanzo "Non mi uccidere" si chiama Mirta https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2020/02/non-mi-uccidere-recensione.html)

Myrtò era un'amazzone che combattè insieme ad altre compagne l'eroe Teseo. Anche Myrìne era la regina delle amazzoni in Libia, e Diodoro Siculo narra una serie di imprese compiute lungo la fascia costiera mediterranea, dall'Africa alla penisola anatolica e al mondo egeo e insulare. Myrsìne era una fanciulla coraggiosa e abile in guerra che venne uccisa da alcuni giovani gelosi e venne poi trasformata in mirto. Myrtìla era una profetessa del santuario di Dodona che per un incauto responso finì in un lebete pieno di acqua bollente. Tutte queste figure leggendarie sembrano suggerire un legame strettissimo tra il mirto e la femminilità. Nel vicino Oriente il mirto era associato a Ishtar, Artemis Soteira e la Dea etrusca Turan. Una ghirlanda fatta con le sue fronde era simbolo della sposa-madre come scrive Apollodoro, spiegando che chi la vedrà sposerà una donna libera e avrà figli longevi. Il mirto era la pianta per eccellenza di Afrodite, che aveva adottato dopo essere sbarcata a Citera. Era simbolo di fecondità, coronava gli sposi durante il banchetto nuziale e Plinio la chiamava "myrtus coniugalis". A Creta era la pianta afrodisiaca per eccellenza: chi voleva essere amato doveva coglierne un ramo. I rami di mirto venivano portati come augurio di buona fortuna quando si partiva per fondare una colonia e coloro che ricoprivano le più alte cariche dell'amministrazione civile e militare se ne ornavano il capo.

Carducci (https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2020/12/giosue-carducci.html) nel "Canto di Primavera" celebrava il mirto di Roma:

Te allor, cinti la chioma

de l'arbuscel di Venere,

canterem, madre Roma;

te del cui santo nascere

il lieto april s'onora

te de la nostra gente arcana Flora 

Il mirto simboleggiava anche la vittoria ottenuta senza spargimento di sangue: Publio Postumio Tiberio nel 505 avanzò coronato del mito di Venere vittoriosa dopo la sua campagna militare incruenta. Ovidio testimonia che il mirto compariva in occasione delle Calende di Aprile durante la festa dei Veneralia:

Madri e nuore del Lazio e voi senza benda né stola venerate la Dea secondo i sacri riti (...) offritele nuove rose con altri fiori. Ella vuole che anche voi, coronate di verde mirto, vi laviate; ed è cosa giusta, ascoltate.   Nuda ella asciugava i capelli che stillavano acqua marina:  fu scorta dalla turba dei satiri sfacciati. Se ne accorse e si nascose ponendo un mirto davanti al suo corpo: così fu salva; e vuole che il suo atto rinnoviate.

Infine, il mirto aveva anche una valenza funebre: Dioniso, sceso nell'Ade per liberare sua madre Semele uccisa dalla folgore di Zeus aveva lasciato in cambio una pianta di mirto. Il mirto divenne quindi anche la pianta di Dioniso e dei defunti. Il mirto partecipava di due simbolismi, esattamente come Dioniso: Dio ucciso e Dio risorto, Dio della Luce e Dio degli Inferi.