Cercis siliquastrum (Albero di Giuda)


Moltissime leggende sono sorte per spiegare il nome dell'Albero di Giuda, nativo del Mediterraneo orientale e dell'Europa meridionale, ormai diffuso in tutta Italia, naturalizzato o coltivato. I suoi fiori rosei, simili a quelli del pisello, possono fiorire direttamente dai rami nudi nella tarda primavera, prima delle foglie.

Si dice che fu su quest'albero che si impiccò Giuda e i suoi tronchi contorti vengono attribuiti a quell'episodio. Secondo altre leggende, i fiori rappresenterebbero le lacrime di Cristo e il loro colore simbolizzerebbe la vergogna per la perfidia di Giuda.

C'è da far notare che Cercis s. è molto diffuso in Israele. 

è chiamato anche Siliquastro; il nome "Cercis" in greco significa "spola", derivante dalla somiglianza tra il legume e la spola.

L'Albero di Giuda ama le temperature miti delle zone mediterranee, crescendo bene sui suoli asciutti, sassosi e calcarei.

Viene coltivata anche come pianta ornamentale. Il suo legno ha proprietà tintoree.




Bryonia dioica\Vite Bianca

Nota di Lunaria: ho avvistato Bryonia dioica a Ravello (Parabiago)

Durante le sagre paesane, i ciarlatani vendevano le radici rigonfie e contorte di Bryonia dioica spacciandole per radici di Mandragora, famosa fin dai tempi biblici per i suoi effetti afrodisiaci e per la cura della sterilità delle donne. (Nota di Lunaria: SCONSIGLIO di maneggiare "come farmaco" la Mandragora: è tossica) Visto che la Mandragora era rara e costosa, si spacciava la più comune Bryonia.

Un estratto della pianta era usato come cura per i reumatismi e come purgativo drastico ma Bryonia, appartenente alla Cucurbitacee, è VELENOSISSIMA: bastano quindici bacche rosse per uccidere un bambino. Bryonia si arrampica sulle siepi con i suoi viticci, che si avvinghiano ai ramoscelli.

Come rivela il suo nome, "Dioica", "Due case", le piante sono maschili o femminili. Il nome comune, "Vite Bianca" si riferisce al colore delle radici, che la distinguono dalla "Vite Nera", Tamus comunis.




Da notare come Bryonia dioica e Tamus comunis "colonizzatrici" e infestanti:




Il Simbolismo del Garofano

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Il garofano è un fiore tipicamente mediterraneo e appartiene alla famiglia delle Caryophylaceae: comprende 80 generi e 2000 specie.

I petali possono essere in numero di 5 o in numero indefinito ("fiore doppio"); il loro bordo può essere intero o seghettato\dentato.

Il nome botanico è "Dianthus", e deriva dal greco "Dios", divino, e "Anthos", fiore: era dedicato a Zeus.

Nell'antica Grecia era usato per le corone utilizzate nelle cerimonie.

Per alcuni "Garofano" deriva da "caro", il genitivo di "carnis", cioè carne, in riferimento al colore del fiore, oppure, seguendo l'interpretazione cristiana, in riferimento all'incarnazione di Dio

Il garofano rosso rimanda alla passione, se è screziato allude alla fiducia, se bianco è fedeltà.


Nel 1907 Anna Jarvis scelse il garofano bianco come emblema della festa della mamma, perché era il fiore preferito da sua madre; il garofano bianco rimanda alla purezza dell'amore materno.

Secondo una leggenda cristiana, i garofani sono apparsi quando la Madonna, vedendo Gesù crocifisso, pianse, e dove caddero le lacrime nacquero i garofani: il garofano rappresenta anche l'amore eterno della madre.

Si racconta che a Medjugorje un garofano fatto a pezzi venne ricreato tutto intero sotto gli occhi di alcuni testimoni.



Alcune piante del Mesozoico

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Nei primi periodi dell'Era Mesozoica il paesaggio doveva presentarsi così

Fauna e flora presentavano forme di transizione tra la precedente Era Paleozoica e la successiva Era Cenozoica.

La Cycadeoidea fu una delle più belle piante fossili e apparteneva alla classe delle Bennettitine, che ha prosperato nell'Era Mesozoica per poi estinguersi; sul fusto corto si trovavano i fiori, paragonabili a quelle della Angiosperme.

La Pleuromeia, invece, fu tipica del Triassico (il primo periodo del Mesozoico), una sorta di antenata dei cactus.

Le conifere si affermarono nel Mesozoico.





Simbolismo del Pino e delle Pigne

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Le conifere sono raggruppate secondo la forma delle foglie. I loro coni, noti comunemente come pigne, offrono un metodo alternativo di identificazione. I coni variano di misura e forma, da rotondi a compatti a lunghi e stretti. Alcuni rimangono eretti sull'albero lasciando cadere le squame per liberare i semi maturi. Alcuni tendono a pendere verso il basso quando maturano, in modo che il seme cada sul terreno.

Simbolismo del Pino, della Pigna e dell'Abete 

PINO: Dirittura morale, rettitudine, vitalità, fertilità, forza di carattere, silenzio, solitudine, fallico. Essendo un sempreverde simboleggia l'immortalità. Si credeva che preservasse il corpo dalla corruzione e per questo motivo era usato per le bare ed era piantato nei cimiteri. è apotropaico.

La PIGNA ha, allo stesso tempo, la forma della fiamma e del fallo, e rappresenta la forza creativa maschile, la fecondità e la buona fortuna. La pigna può essere equiparata anche alla tromba d'aria perché ricorda un vortice o una spirale (Nota di Lunaria: e in tal caso, assume simbolismo femminile perché la Spirale è uno dei simboli della Dea), quindi alle grandi forze generatrici.

Nella cultura cinese rimanda alla longevità e al coraggio, alla fedeltà e alla costanza nelle avversità; è emblema di Confucio. Il pino è anche raffigurato con la cicogna e il cervo bianco. In Giappone era emblema della longevità, esattamente come in Cina. 

Nella cultura egizia era l'emblema di Serapide, più tardi associato ad Iside.

Nell'antica Grecia era il simbolo di Zeus, essendo fallica e simboleggiante la fecondità, la pigna di pino era attributo anche di Dioniso e sormontava il suo tirso. Era associata anche ad Artemide e ad Asclepio, per i suoi aspetti terapeutici. A Roma, era l'emblema di Giove e di Venere, in quanto "pura arbor" simboleggiava la verginità di Diana. Fu associato anche a Mitra. 

Presso i semiti era simbolo di vita e fertilità. L'Albero era sacro ad Attis e a Cibele.  

L'abete è uno degli alberi più alti d'Europa: può superare i 50 metri e ne raggiunge anche 60. è longevo: arriva fino a 700-800 anni.  Elatè, l'abete o abete rosso in greco, sembra sia stata venerata come Dea della Luna dai Lapiti, popolazione selvaggia della Tessaglia.  La mitologia ha serbato traccia di questo culto sotto forma di una curiosa storia che Ovidio pone in bocca a Nestore, il quale, vecchio di 200 anni all'epoca della guerra di Troia, ne sarebbe stato testimone, il che la fa risalire ai tempi eroici. La ninfa Elatè o Cenide, la "nuova" (Luna) figlia di Corono, il "corvo" era stata violata da Poseidone, divinità del frassino cosmico; il dio, per riparare il torto, le propose di esprimere un desiderio, che egli avrebbe esaudito. Cenide, stanca della sua condizione femminile che le era valsa "l'affronto" appena subito, gli chiese di diventare un uomo. Poseidone tenne fede alla promessa e fece di lei l'invincibile guerriero Ceneo, che combatté con tanto ardore che i Lapiti ne fecero il loro re. Esaltato dalle vittorie, Ceneo piantò la sua lancia (l'abete) al centro della capitale e ingiuse il popolo di adorarla e di non avere altro dio all'infuori di essa. Zeus s'adombrò: incitò i Centauri, nemici dei Lapiti, ad assassinare il re, ma questi, protetto da un incantesimo, uccise tutti i suoi aggressori. Dopo un attimo di sconcerto, i Centauri sopravvissuti, ispirati da Zeus, e comprendendo che Ceneo poteva morire solo mediante gli alberi, sradicarono degli abeti, sotto i quali lo seppellirono. Ceneo morì soffocato. Quando vennero a dargli sepoltura, si accorsero che era ridiventato Cenide. In questa storia ritroviamo una lotta tra un culto primitivo dell'albero e la nuova religione, imposta dalla popolazione conquistata dai suoi invasori, in questo caso gli Elleni.



Il Tasso, l'Albero della Morte

Il legno di questo albero è elastico, di grana fine. Il fusto, le foglie, i semi sono velenosi per la presenza di un alcaloide, la tassina, un veleno nervino che si localizza nel bulbo provocando la morte. Per questo il tasso è chiamato anche "Albero della Morte". L'arillo rosso che avvolge il seme è l'unica parte a non essere velenosa (Nota di Lunaria: ma non toccatelo in ugual modo) 


Esso è appetito dagli uccelli, che lo mangiano operando così la dispersione dei semi passati indenni attraverso il loro intestino. In passato l'arillo era utilizzato per le affezioni bronchiali. (Ok, ma voi non provateci ad usarlo. Nota di Lunaria)

















Nota di Lunaria: bhè, tutti gli appassionati di Black Metal sanno che molto spesso sulle copertine dei cd compaiono proprio larici, cedri, abeti, tassi, pini...